giovedì 26 luglio 2012

FILASTROCCA DELLE GUARIGIONI



Questa illustrazione nasce da una poesia di Bruno Tognolini.
Il testo mi ha colpito tantissimo, l'ho sentita vicina a me e non ho resistito dal disegnare la poesia.
Forse il "bello" di questa poesia è anche il modo in cui è nata, cosa che Bruno cita sul suo sito(copio incollo il testo):
LA POESIA PIÙ DIFFICILE
Nel giugno del 2012, in uno dei miei incontri, fronteggiavo tre terze elementari, bambini svegli e generosi d'attenzione. Fra le cento altre cose, ho parlato delle Rime d'Occasione, di quanto stiano crescendo nel mio lavoro, delle persone che me le chiedono e di come sono orgoglioso di scriverle, perché a loro servono.
Ne ho detta una delle ultime, una poesia triste, chiesta da una maestra per una sua collega che da poco era morta, e lei non sapeva come dirlo ai bambini (la Filastrocca dell'infinita maestria). Ho recitato a memoria questa poesia, che avevo scritto tempo prima con facile fervore, in poco tempo, sicuro di ciò che scrivevo.
Tutto bene, una o due maestre stillano una lacrima, è ciò che deve accadere.

Poi un bambino alza la mano e mi chiede, serio e sommesso ma non incerto: "Me ne fai una per la mia mamma, che è malata?"
Intuisco qualcosa dagli sguardi delle maestre, dico va bene, ne parliamo dopo.
Alla fine dell'incontro le maestre mi dicono che la mamma di quel bambino, a sua volta una giovane maestra, ha la leucemia e non si sa quanto vivrà. Si dicono stupite che lui abbia trovato il coraggio di esporsi con quella richiesta davanti ai suoi compagni e a quelli di altre due classi. Tutti concludiamo che quella poesia deve essere scritta.
Più tardi una maestra mi dirà che lui, alla fine dell'incontro, si è presentato portando un suo quaderno, che voleva lasciare perché io scrivessi lì, a tambur battente, la poesia.

Tornato a casa, ho capito subito che invece il tamburo avrebbe fatto una gran fatica a battere, stavolta. Era un compito difficile, il più difficile che mi sia mai stato assegnato.
Mi sono ostinato. Ma non sapevo cosa scrivere, che dire. Le mie solite strategie di avvicinamento, logiche e misteriche, cognitive e divinatorie, si bloccavano tutte davanti agli stessi muri: cosa dire di sensato e sincero a un bambino che teme, e a buona ragione, di perdere la mamma?
Che non morirà? Una poesia di speranza? E se muore?
Che morirà e la ritroverà... dove? In cielo? Nel suo cuore? Ma davvero può servire una cosa così?
E se non muore?
Scoprivo che non era possibile scrivere una poesia "giusta", o non per me. Ma mi dicevo che era meglio scrivere una poesia sbagliata, piuttosto che deludere l'attesa di un bambino che supera chissà che ostacoli e me la chiede.

E allora bene, avrei scritto una poesia sbagliata.
Ma niente, neanche questa strategia di resa scioglieva lo stallo. Non ho mai incontrato un tale muro di silenzio, di indicibilità. Un cimento che al tempo stesso mi frustrava e mi spronava, mi rivelava nuovi limiti e confini del mio lavoro di poeta, e al di là di quelli nuovi regni, forse giusti e santi, di ammutolimento.
Ma ancora mi sono ostinato, ho continuato a provarci, con intervalli dovuti ad altri impegni, ma più ancora forse a manovre di elusione, e col continuo pensiero incombente di un compito da svolgere. Ho continuato a provarci, per molti giorni.
Troppi: il bambino aspettava.

Alla fine, soccorso dalla "tecnica", seguendo una trama di suono (quella della poesia "The ballad of Beautiful words", di John T. McCutcheon, una dei miei "mantra giaculatorie"), limandola e perfezionandola per più d'una settimana, ne ho scritta una. Intitolandola (e mai come stavolta il titolo è parte intima della poesia) FILASTROCCA DELLE BUONE RAGIONI.

Ma rileggendola mi pareva reticente, elusiva, forse ermetica, nel migliore dei casi oracolare. Diceva tante cose, tutte le cose, quindi forse nessuna cosa, niente. Forse niente. Ma era la cosa più onesta e vera che potessi scrivere. E però era... appunto "sbagliata". Immaginavo il viso di quel bambino, perplesso, interrogativo nel leggerla: cosa vuol dire? O forse: cosa non vuol dire?
Ho sentito il bisogno di scriverne un'altra, che introducesse, incorniciasse, desse il quadro di senso per meglio comprendere, forse, la prima (che diventava ora seconda nella sequenza di lettura). E anche questo è un segno di sofferenza del processo: come un tronco che per malattia emetta galle, escrescenze. Ho intitolato questa specie di meta-filastrocca, questa poesia che spiega una poesia, FILASTROCCA DELLE GUARIGIONI.

Quindi due poesie: che neanche insieme come buoi aggiogati facevano per bene, ai miei occhi, il loro lavoro.
All'una di notte del 22 giugno 2012, appena finito il lavorio di lima fine su questi due testi, ho scritto una mail a Manuela Trinci, un'amica psicoterapeuta infantile che stimo. Le ho raccontato tutta la storia, con parole simili a queste. Le ho inviato le due poesie, chiedendole: cosa devo fare? Spedisco?
L'indomani alle otto mi ha risposto: spedisci subito.
Ho spedito alle maestre di quel bambino le due poesie.
L'indomani mi hanno risposto così:Grazie! Non avremo mai abbastanza parole per dirlo. Ora siamo in preda a troppe emozioni, tra alcuni giorni risponderemo ampiamente. Pensiamo di consegnare subito a (...) la "Filastrocca delle buone ragioni"; aspetteremo il momento propizio per dargli l'altra. Ti metteremo al corrente dei sentimenti di (...) e della sua famiglia.Benché io stesso avessi fino all'ultimo, e abbia ancora, il dubbio se tenere separate queste due poesie o intenderle come un unico componimento indivisibile (sono aggiogate da un distico di "ponte"), ho risposto con convinzione che nessuno sa meglio delle sue maestre, e della sua mamma con cui sono in contatto (sempre che abbia tempo e mente per pensarci), cosa è meglio per quel bambino, cosa può accogliere e quando. Se hanno deciso per ora di dargli solo quella filastrocca, per quanto a me da sola paia oscura e incompleta, sanno quello che fanno.

In una lettera successiva le maestre mi hanno scritto che il bambino ha accolto con molta emozione la "Filastrocca delle buone ragioni", sedendosi in un angolo per leggersela con calma da solo (e che faccia avrà fatto? perplessa? delusa?). Non mi hanno riferito i suoi commenti, perché son passate a dirmi della madre, che peggiorava, del padre che mi ringraziava ma non aveva testa per dire di più.
Al momento in cui scrivo questa nota, non ho ulteriori notizie.

Una settimana dopo aver spedito le due poesie, ho condotto un seminario all'interno del corso di illustrazione artistica ARS IN FABULA, all'Accademia di Belle Arti di Macerata. Ho raccontato questo caso e ho letto le due poesie. Fra gli illustratori che mi ascoltavano,ANDREA ALEMANNO s'è offerto di realizzare un'illustrazione per una delle due. Ha scelto la FILASTROCCA DELLE GUARIGIONI.
Ed ecco la sua bellissima immagine, in calce alla poesia, unica figura delle mie Rime d'Occasione. Anche questa figura è stata spedita alle maestre di quel bambino, perché gliela donino.
La poesia mi ha folgorato, non ho resistito dal disegnarci sopra qualcosa e quel testo ve lo riporto così da poter avere anche voi le mie stesse impressioni:
La mamma è ammalata, il bambino lo vede
Conosce un poeta e gli chiede
"Poeta, rispondimi in una poesia
Guarisce questa malattia?"
Poeta ci prova, si gira e si volta
Poeta non trova la rima stavolta
E guarda lontano, e cerca vicino
Cosa scrivo per questo bambino?
Chiede al giorno: risponde non so
Chiede al mondo: risponde non so
Chiede al cuore: risponde non so
Non lo so, non lo so, non lo so!
Passò una vecchina, guardò impietosita
Il suo nome era Mamma la Vita
Guardò quel Poeta, guardò quel bambino
Sorrise e sedette vicino
I due domandarono: "Sai la risposta?"
Lei disse: "Metà, perché l'altra è nascosta
La mamma non so, non è compito mio
Il bambino lo guarirò io"

Poeta comprese, sorrise, annuì
Poi prese la penna, e scrisse così...
Alberi, acqua, api, giochi Amore, arrivederci...